{"id":433,"date":"2023-05-11T20:55:20","date_gmt":"2023-05-11T20:55:20","guid":{"rendered":"https:\/\/wordsfly.org\/?p=433"},"modified":"2023-06-23T20:22:00","modified_gmt":"2023-06-23T20:22:00","slug":"la-logica-di-tommaso-daquino-risposta-ad-alcune-recensioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/wordsfly.org\/it\/2023\/05\/11\/la-logica-di-tommaso-daquino-risposta-ad-alcune-recensioni\/","title":{"rendered":"La Logica di Tommaso d\u2019Aquino (risposta ad alcune recensioni)"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Premessa<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il mio libro La Logica di Tommaso d\u2019Aquino. Dimostrazione, induzione e metafisica (eSD 2018) \u00e8 stato oggetto di numerose recensioni [1], di cui due pubblicate su questa rivista e firmate da p. Sergio Parenti e Giovanni Maria de Simone [2]. I due studiosi, oltre ai molti elogi, muovono alcune serie critiche ai contenuti del volume. con queste mie brevi note vorrei rispondere proprio ad alcuni di questi rilievi, che riguardano in particolare l\u2019oggetto della logica formale tomista (paragrafo 1), il ruolo dell\u2019induzione (paragrafo 2) e lo sfondo metafisico su cui si colloca (paragrafo 3), al fine di chiarificare meglio il contenuto del mio volume.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Logica formale e scienze Particolari<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Parenti, nel suo saggio, tende a essere molto critico verso la logica formale perch\u00e9, secondo lui, questa disciplina non mi d\u00e0 la scienza di una conclusione per aver scoperto (evidenza) il perch\u00e9 proprio, ma mi permette di controllare, specialmente quando ci sono molti passaggi da fare, la correttezza del mio ragionamento. Questo mi spiega perch\u00e9, davanti ad una dimostrazione formale dell\u2019esistenza di Dio, i logici formali possono dire che la prova \u00e8 corretta (ne hanno evidenza), ma non li convince (non basta la correttezza formale) [3]. A questo rispondo che Parenti dice una cosa giusta, per quanto sia ingiusto rimproverare alla logica formale di essere logica formale. il \u201cmestiere\u201d del logico \u00e8 infatti proprio quello di definire in generale cosa sia un enunciato, un sillogismo o una dimostrazione, e non \u00e8 quello di dimostrare qualcosa di qualcosa. il logico pu\u00f2 dire se un discorso sull\u2019esistenza di Dio sia o meno una dimostrazione e di che tipo (<em>propter quid o quia<\/em>), ma non pretende di dimostrare che Dio c\u2019\u00e8: questo \u00e8 infatti compito del teologo. Se non si tengono distinti questi compiti, si pretende che il logico faccia il teologo e che il teologo faccia il logico, con una gran confusione di ruoli anche in altri ambiti. Il rischio di tale confusione si vede anche in un altro passaggio di Parenti, il quale tende a sovrapporre, stavolta, il ruolo del logico con quello dello studioso di geometria. Parenti si focalizza su un brano di Tommaso che dimostra che un triangolo ha gli angoli interni uguali a due retti (180\u00b0, ovvero un angolo piatto) in due soli sillogismi scientifici, che io ho riesposto in questo modo:<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Prima dimostrazione<br>&#8220;ogni figura contenuta in tre linee rette \u00e8 una figura con gli angoli esterni uguali ai due interni opposti ogni triangolo \u00e8 una figura contenuta in tre linee rette [dunque] ogni triangolo \u00e8 una figura con gli angoli esterni uguali ai due interni opposti&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Seconda dimostrazione (in cui la premessa minore \u00e8 la precedente con-<br>clusione):<br>&#8220;ogni figura con gli angoli esterni uguali ai due interni opposti \u00e8 una figura con gli angoli interni uguali alla somma di due retti ogni triangolo \u00e8 una figura con gli angoli esterni uguali ai due esterni ogni triangolo \u00e8 una figura con gli angoli interni uguali alla somma di due retti&#8221;[4]. <\/p>\n\n\n\n<p>Al proposito, Parenti ricorda (e giustamente) che in realt\u00e0 la dimostrazione di Euclide \u00e8 molto pi\u00f9 complessa, e che, per esporla correttamente, andrebbe riscritta sillogisticamente in almeno sei passaggi, di cui il primo recita che:<br><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;una linea retta che taglia linee equidistanti (parallele) produce angoli alterni fra loro uguali<br>La linea retta a c taglia le rette equidistanti <em>a b e c f<\/em><br>Dunque l\u2019angolo <em>a c f <\/em>\u00e8 uguale all\u2019angolo<em> c a b<\/em>&#8220;[5].<br><\/p>\n\n\n\n<p>Ora, di fronte a questo rilievo, il geometra dar\u00e0 sicuramente ragione a Parenti, mentre il logico non entrer\u00e0 nel merito geometrico, ma far\u00e0 \u201csolamente\u201d notare che il suddetto ragionamento <em>non <\/em>\u00e8 un sillogismo dimostrativo perch\u00e9 non ha tre soli termini (medio, soggetto e predicato; il ragionamento in questione, invece, ne contiene sei), nelle premesse i termini non sono legati dalla copula (come verbi abbiamo, infatti, \u2018produce\u2019 e \u2018taglia\u2019) e, ancora, il soggetto della conclusione (\u201cl\u2019angolo <em>a c f<\/em>\u201d) non \u00e8 il soggetto della minore (\u201cLa linea retta <em>a c<\/em>\u201d)&#8230; Il punto \u00e8 sempre lo stesso: la logica formale guarda appunto alla forma di un discorso, non entra nel merito della materia trattata. Quando negli Analitici secondi si dice che qui si esamina anche la \u201cmateria\u201d del sillogismo e non la sola forma, si vuol dire che, per una dimostrazione, non basta vedere se le premesse sono universali\/particolari\/affermative\/negative (forma e quantit\u00e0 degli enunciati), ma occorre anche esaminare la relazioni tra i termini (soggetto, predicato, medio), che sono appunto la materia delle premesse e della conclusione. Per questo tommaso, che qui sta parlando da logico, riespone il discorso euclideo in due soli passaggi, che sono geometricamente errati, ma logicamente adeguati, in quanto fanno vedere quello che per Tommaso \u00e8 il \u201cnocciolo\u201d logico fondamentale di ogni dimostrazione,<br>ovvero che ogni \u201ccatena di dimostrazioni\u201d deve avere come primo sillogismo della serie quello in cui la premessa minore ha come elementi il soggetto del discorso e la sua definizione (infatti \u201cfigura contenuta in tre linee rette\u201d \u00e8 la definizione di \u201ctriangolo\u201d: ecco la materia, ovvero la relazione tra termini), da cui poi si dimostrano caratteristiche (o propri-passio: altro tipo particolare di termine) via via pi\u00f9 remote (prima che il triangolo ha angoli esterni uguale alla somma degli interni opposti e poi che la somma degli interni \u00e8 180\u00b0). Questo al logico basta per definire una caratteristica fondamentale della dimostrazione propter quid, anche<br>se, per dimostrare concretamente qualcosa, in una scienza specifica ci\u00f2 non basta di certo.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Induzione, realt\u00e0 e verit\u00e0<br><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>E del resto, se compito del logico fosse quello di elaborare dimostrazioni corrette (anzich\u00e9 definire cos\u2019\u00e8 una dimostrazione corretta), bisognerebbe subito buttare via buona parte della logica aristotelico-tomista, a partire proprio dal suo fondamento che \u00e8 l\u2019induzione. come noto, infatti, una dimostrazione, per essere tale (diversamente dal sillogismo, che pu\u00f2 avere anche premesse false), deve avere, tra le altre cose, le premesse vere. Aristotele, poi, si pone anche il problema di come sia possibile fondare le premesse di una dimostrazione e, negli Analitici primi, libro ii, cap. 23[6], pone in concreto il problema di come fondare la premessa maggiore di questa dimostrazione:<br><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Ogni senza bile \u00e8 longevo<br>Ogni uomo-cavallo-mulo \u00e8 senza bile<br>Ogni uomo-cavallo-mulo \u00e8 longevo&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>Senza entrare troppo nel merito, una cosa tanto banale quanto poco problematizzata dagli studiosi \u00e8 che in questa dimostrazione (la quale, come detto, dovrebbe avere premesse vere) la premessa minore (ma<br>anche la maggiore) \u00e8 falsa: infatti non \u00e8 vero che l\u2019uomo non ha la bile! Dunque, se la logica studiasse le \u201cpropriet\u00e0 delle cose in quanto conosciute\u201d (come afferma Parenti a p. 372), mi chiedo: cosa mai stava conoscendo Aristo tele mentre scriveva \u201cogni uomo-&#8230; \u00e8 longevo\u201d? non conosceva proprio nulla, perch\u00e9 la frase \u00e8 falsa e quindi la \u201cdimostrazione\u201d di cui sta cercando per induzione il fondamento non \u00e8 una dimostrazione. \u00c8 questa la conseguenza da trarre se si continua a intendere la logica come una disciplina che \u201ccava fuori\u201d contenuti veri dall\u2019esperienza. La necessit\u00e0 di buttare via la logica aristotelica perch\u00e9 in alcuni esempi ha premesse false, non segue se, invece, si intende la logica come una disciplina appunto formale, che mira a definire determinati enti linguistici (perch\u00e9 tale \u00e8 la dimostrazione) focalizzandosi sulla forma di un discorso, e non sul suo contenuto empirico. Se cos\u00ec, l\u2019esempio di dimostrazione della longevit\u00e0 di certi animali, per quanto empiricamente falso, resta un esempio didatticamente e formalmente adeguato per spiegare cosa sia una dimostrazione e come funzioni l\u2019induzione. Ora, anche su questa delicata fondazione, l\u2019analisi di Parenti mi offre l\u2019occasione per chiarire un altro limite comune a gran parte della scuola aristotelico-tomista sul tema induttivo. Parenti, infatti, critica la mia analisi dell\u2019induzione perch\u00e9, secondo lui, l\u2019induzione aristotelico-tomista funziona cos\u00ec:<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;L\u2019esperienza ci mostra i fatti singolari, dove questa cosa x ha la<br>caratteristica P e la caratteristica S, mentre la cosa y ha la caratte-<br>ristica Q e la caratteristica S. Posso dire che qualche P \u00e8 S e qual-<br>che Q \u00e8 S. Ma non posso passare a dire \u201cogni\u201d, anche qualora l\u2019e-<br>sperienza mi dica, ad esempio, che ogni Q \u00e8 S. i casi singolari<br>sono come il singolo soldato che si gira per opporre resistenza<br>agli inseguitori. Per\u00f2 il moltiplicarsi dei casi singoli aiuta la mia<br>attenzione ad inquadrare le due caratteristiche immediatamente<br>connesse. Ad esempio vedo che i Q sono sempre anche M ed<br>anche quei P che sono S sono sempre anche loro M. E <em>se l\u2019atten-<br>zione coglie una connessione immediata tra le caratteristiche<br>248 c. a. testigiuste, nell\u2019esempio tra M ed S, allora passiamo all\u2019universale<\/em>,<br>proprio come nell\u2019immagine dell\u2019esercito in fuga&#8221; [7].<\/p>\n\n\n\n<p>Il lungo brano afferma, nella sostanza, questa situazione in cui, per una serie crescente di x e y, si esperisce che:<\/p>\n\n\n\n<p>x \u00e8 P e x \u00e8 S, per cui si pu\u00f2 affermare che \u201cqualche P \u00e8 S\u201d<br>y \u00e8 Q e y \u00e8 S, per cui si pu\u00f2 affermare che \u201cqualche Q \u00e8 S\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Infatti, correttamente Parenti rimarca che, esperiti alcuni x e y, non si pu\u00f2 dire che \u201cogni P \u00e8 S\u201d o \u201cogni Q \u00e8 S\u201d perch\u00e9 non ho esaminato tutti i P e i Q. Lo potrei fare solo nel caso in cui avessi fatto un\u2019induzione completa che appunto esamina tutti i P. Il testo di Parenti continua con questo ulteriore ragionamento in cui ipotizza che si esperiscano degli x e y tali che:<\/p>\n\n\n\n<p>x \u00e8 M<br>y \u00e8 M<\/p>\n\n\n\n<p>Ipotizziamo, poi, che anche questa connessione tra gli x e gli y, che a questo punto sono sia S (supra) che M, sia via via confermata dall\u2019esperienza. A questo punto, come sopra, si potrebbe solo dire che \u201cqualche S \u00e8 M\u201d (tali sono quegli x e y che sono S e M): nulla vieta, infatti, che nel futuro si esperiscano degli S che non sono M. Qui, per\u00f2, Parenti dice che, \u201cse l\u2019attenzione coglie una connessione immediata tra caratteristiche giuste, nell\u2019esempio tra M e S, allora passiamo all\u2019universale\u201d, per cui possiamo dire che<\/p>\n\n\n\n<p>ogni S \u00e8 M<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, il punto problematico \u00e8 che questo \u00e8 un discorso tautologico, una sorta di petizione di principio. Si dice in pratica: se vedo che tra S e M la connessione \u00e8 immediata, e quindi <em>vale sempre, allora vale sempre<\/em>. \u00c8 come dire, \u201cse vedo che S \u00e8 sempre connesso a M, allora S \u00e8 sempre connesso a M\u201d. Ma il problema induttivo \u00e8 appunto questo: fondare il motivo per cui questa connessione vale sempre! Ecco che, se si vuole uscire da questa petizione di principio, l\u2019impostazione del problema induttivo va completamente rivista. La mia proposta sostanzialmente consiste nel definire S tramite una <em>definitio <\/em>fatta da genere pi\u00f9 differenza specifica (G+D) a cui si possono sempre aggiungere differenze specifiche, in modo da \u201ccircoscrivere\u201d l\u2019ampiezza di S nel caso in cui si trovi un caso di un individuo con tutte le caratteristiche degli S ma che non ha M. Riportando l\u2019esempio guida nel mio libro, ricordo che, per Tommaso, ogni uomo ha la propriet\u00e0 di essere capace di ridere: l\u2019uomo infatti, avendo un conoscenza progressiva, ride al termine di una barzelletta, cosa, questa, che non avviene n\u00e9 per gli altri animali (che, non essendo razionali, non la capiscono) n\u00e9 per Dio (che, essendo onnisciente, sa gi\u00e0 come va a finire). Definendo la risibilit\u00e0 come \u201ccapacit\u00e0 di essere sorpreso senza danno tipica degli animali razionali\u201d, si pu\u00f2 riesporre questo ragionamento tramite questa dimostrazione:<br><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Ogni animale razionale \u00e8 capace di essere sorpreso senza danno al modo dell\u2019animale razionale<br>Ogni uomo \u00e8 animale razionale<br>Ogni uomo \u00e8 capace di essere sorpreso senza danno al modo dell\u2019animale razionale.&#8221;<br><\/p>\n\n\n\n<p>Ora, ipotizziamo che l\u2019esperienza ci faccia incontrare un extraterrestre che risulta essere senziente (\u00e8 animale) e razionale (parla e fa calcoli, e anzi ha due teste), ma risulta incapace di ridere. Questo farebbe crollare la mia dimostrazione perch\u00e9 \u201cfalsificherebbe\u201d la mia dimostrazione in quanto non \u00e8 pi\u00f9 vera la conclusione, essendo falsa la premessa \u201cogni animale razionale \u00e8 capace di essere sorpreso al modo dell\u2019animale razionale\u201d. Nella mia lettura tomista, invece, non accade nulla di cos\u00ec drammatico, anzi! Questo fatto ci muoverebbe solo a indagare meglio la radice della risibilit\u00e0 e ci potrebbe portare a scoprire che, per avere questa propriet\u00e0, occorre avere una sola testa in cui emozioni e sentimenti convivono. E qui entra in gioco la procedura induttiva (che non posso riassumere per motivi di spazio) e l\u2019inesauribilit\u00e0 della <em>definitio<\/em>, la quale ci permette di:<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 ridefinire l\u2019uomo come animale razionale monocefalo<br>\u2013 e, di conseguenza, riscrivere la suddetta dimostrazione alla luce della nuova differenza, ovvero:<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni animale razionale monocefalo \u00e8 capace di essere sorpreso senza danno al modo dell\u2019animale razionale monocefalo<br>Ogni uomo \u00e8 animale razionale monocefalo<br>Ogni uomo \u00e8 capace di essere sorpreso senza danno al modo dell\u2019animale razionale monocefalo<\/p>\n\n\n\n<p>Questa mia proposta di soluzione \u00e8 per\u00f2 criticata da Parenti perch\u00e9, a suo modo di vedere, pu\u00f2 mettere in crisi la certezza della scienza, e quindi aprirsi al relativismo del \u201cfino ad ora\u201d:<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Personalmente mi sembra che questo [il poter sempre aggiungere<br>differenze specifiche alla definitio] crei difficolt\u00e0 con quanto espo-<br>sto in precedenza se l\u2019attribuiamo all\u2019episteme, soprattutto a pro-<br>posito della successione immediata dei media della dimostrazione,<br>che non tollera ulteriori mediazioni, che sono poi le definizioni del<br>soggetto della conclusione e della propriet\u00e0 da dimostrare, per cui<br>la catena dei media, dei \u201cperch\u00e9 propri\u201d non solo non pu\u00f2 essere<br>infinita e nemmeno circolare, ma deve essere compatta (condensatio:<br>non ci sono media da aggiungere fra un medium e l\u2019altro: cfr. pag.<br>157). testi cerca di evitare questa obiezione con la distinzione:<br>non pu\u00f2 essere infinita in atto, ma pu\u00f2 esserlo in potenza (pag.<br>154, primo capoverso). il mio parere \u00e8 che allora finisce l\u2019eviden-<br>za del \u201csapere perch\u00e9\u201d, in favore di un \u201cfino ad ora\u201d &#8220;[8].<\/p>\n\n\n\n<p>A questo rispondo che \u00e8 proprio il realismo che esige, per essere tale, che qualcosa sia vero \u201cfino ad ora\u201d! Se infatti si potesse arrivare a determinare (ad esempio, con la succitata \u201cintuizione\u201d) che vi \u00e8 un nesso immediato tra S e M (ad esempio, tra l\u2019essere animale razionale e la risibilit\u00e0), allora non avrei pi\u00f9 bisogno di \u201cesaminare\u201d nella realt\u00e0 altri S, ovvero non avrei pi\u00f9 bisogno di \u201cguardare\u201d la realt\u00e0 complessa degli uomini. Sotto l\u2019ipotesi di Parenti, non mi servirebbero pi\u00f9 nuove esperienze, le quali non mi insegnerebbero pi\u00f9 nulla sugli animali razionali e il loro nesso con la risibilit\u00e0, dato che sono sicuro che il nesso che ho \u201cindotto\u201d vale sempre, per cui guadare a nuovi uomini diviene una perdita di tempo. invece, solo se si ammette che la conoscenza del reale \u00e8 inesauribile sul piano delle determinazioni essenziali, si \u201cfonder\u00e0\u201d la necessit\u00e0 di continuare a \u201cguardare\u201d i concreti enti esistenti. Per ottenere questo risultato realmente realista, sul piano logico \u00e8 quindi necessario ammettere come \u201cassioma\u201d che in una definizione si possono aggiungere differenze specifiche all\u2019infinito. A questo punto, per\u00f2, si pu\u00f2 (anzi, si deve) porre un quesito di natura metafisica, ovvero: qual \u00e8 il fondamento di questa inesauribilit\u00e0? \u00c8 qui che la distinzione tra atto d\u2019essere e essenza di un ente ci viene in aiuto. Se l\u2019atto d\u2019essere di un ente non \u00e8 l\u2019essenza di quell\u2019ente, si ha che l\u2019atto di esistere di quell\u2019animale razionale non \u00e8 \u2018ci\u00f2 che \u00e8\u2019 quel singolo ente (non \u00e8 la sua essenza), cos\u00ec come l\u2019essere di Socrate non \u00e8 ci\u00f2 che \u00e8 Socrate (ovvero animale-razionale). Per cui noi, per quanto aggiungiamo differenze specifiche essenziali, non capiremo mai definitivamente un ente perch\u00e9, appunto, l\u2019ente non \u00e8 solo la sua essenza. Questo non vuol dire che la nostra conoscenza sia falsa: l\u2019uomo Socrate \u00e8 veramente animale razionale! Vuol solo dire che ci illudiamo se pensiamo che, una volta capito che l\u2019uomo \u00e8 \u201canimale razionale\u201d, allora abbiamo capito tutto dell\u2019uomo. Per questo, pu\u00f2 darsi che nuove esperienze ci facciano scoprire nuove caratteristiche essenziali: \u00e8 l\u2019esempio fittizio di quell\u2019extraterrestre animale-razionale che, per\u00f2, non ha la capacit\u00e0 di ridere in quanto ha due teste, e ci fa capire cos\u00ec che, per gli esseri umani, \u00e8 essenziale avere una sola testa.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Logica e metafisica<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 proprio su questo piano pi\u00f9 metafisico che si muove la recensione di Giovanni Maria de Simone. circa la inesauribilit\u00e0 di determinazioni essenziali che ci pu\u00f2 manifestare ogni singolo ente, egli infatti precisa che la singolarit\u00e0 (inesauribile) riguarda anche gli enti immateriali[9]. Io non avevo esplicitamente sottolineato la cosa, che mi trova del tutto concorde e che, anzi, fortifica la mia lettura. Sempre sul piano metafisico-teologico, de Simone critica la mia tesi secondo cui essere-pensiero-linguaggio sono orizzonti equiestensivi (e onnipervasivi). Nel mio volume io affermo che<\/p>\n\n\n\n<p>non bisogna tuttavia raffigurarsi le parole, i pensieri e le cose<br>come mondi separati, quasi fossero tre sfere separate. infatti:<br>\u2013 essere qualcosa di separato dall\u2019essere \u00e8 impossibile: e quindi<br>anche pensiero e linguaggio, poich\u00e9 sono qualcosa, sono in qual-<br>che modo nell\u2019essere;<br>\u2013 pensare a qualcosa separato dal pensare \u00e8 impossibile: e quindi<br>anche essere e linguaggio, poich\u00e9 sono pensati, sono in qualche<br>modo nel pensiero;<br>\u2013 dire qualcosa di separato dal dire \u00e8 impossibile: e quindi anche<br>essere e pensiero, poich\u00e9 sono detti, sono in qualche modo nel<br>linguaggio[10].<\/p>\n\n\n\n<p>In merito, egli sostiene che questo ragionamento \u00e8 fallace perch\u00e9 varrebbe anche per lo scrivere e il vedere. Infatti, per lui,<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 <em>scrivere <\/em>qualcosa di separato dallo scrivere \u00e8 impossibile: e<br>quindi anche essere, pensiero e dizione, poich\u00e9 sono scritti, sono<br>anche in qualche modo nello scrivere.<br>Proseguendo, potrei anche affermare che<br>\u2013 vedere sensibilmente con gli occhi qualcosa di separato dal<br>vedere sensibilmente con gli occhi \u00e8 impossibile; e quindi anche<br><em>essere, pensiero, parole e scritti, in quanto sono visti<\/em>, sono in<br>qualche modo nel vedere sensibilmente con gli occhi[11].<\/p>\n\n\n\n<p>Al rilievo, che in ogni caso reputo utile perch\u00e9 la tesi si poteva esprimere meglio, rispondo che non \u00e8 vero che \u201cessere pensiero e dizione&#8230; sono scritti\u201d o \u201cvisti\u201d. certo, posso scrivere la parola \u201cpensiero\u201d, ma la parola \u201cpensiero\u201d \u00e8 ben diversa dal pensiero. con l\u2019essere, invece, la tesi \u201cfunziona\u201d: il pensiero non \u00e8 \u201cfuori\u201d dall\u2019essere perch\u00e9 \u00e8 proprio il pensiero (e non la parola \u201cpensiero\u201d) che in qualche modo \u201c\u00e8\u201d, per cui \u00e8 nell\u2019essere; e viceversa, \u00e8 proprio l\u2019essere (e non la parola \u201cessere\u201d) a essere pensato quando \u00e8 detto, per cui non \u00e8 fuori dal pensiero e dal linguaggio, ma \u00e8 in loro. Allo stesso modo posso vedere con il senso della vista \u201cun essere\u201d sensibile, che per\u00f2 non \u00e8 certo l\u2019essere; tantomeno posso vedere un pensiero (mentre veramente l\u2019essere \u00e8 pensato per cui \u00e8 nel pensiero, e il pensare \u00e8 qualcosa per cui \u00e8 nell\u2019essere). Per essere ancor pi\u00f9 chiari:<br>\u2013 che ci sia qualcosa che sia fuori dall\u2019essere \u00e8 impossibile, perch\u00e9 questo qualcosa in qualche modo \u00e8, mentre \u00e8 possibile che ci sia qualcosa fuori dal vedere (ad esempio l\u2019olfatto)<br>\u2013 pensare che qualcosa sia fuori dal pensiero \u00e8 impossibile, perch\u00e9 lo si sta pensando, mentre \u00e8 possibile pensare che qualcosa sia fuori dal vedere;<br>\u2013 dire che qualcosa sia fuori dal dire \u00e8 impossibile, perch\u00e9 lo si sta dicendo, mentre \u00e8 possibile dire che qualcosa sia fuori dal vedere.<br>Alla fine della recensione di de Simone, si trovano poi interessanti rilievi circa la conoscenza dei singolari (suppositi), sui quali vengono posti due quesiti:<br><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;A questo punto, per\u00f2, mi paiono sorgere due interrogativi:<br>\u2013 Se vi \u00e8 un qualche infinito (anche solo potenziale) nel procede-<br>re della conoscenza del soggetto, da dove viene?<br>\u2013 La conoscenza del supposito potr\u00e0 mai essere esaurita?[12].&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>Alla prima domanda credo di aver gi\u00e0 risposto sopra: l\u2019ente non \u00e8 solo un\u2019essenza, ma \u00e8 un soggetto (id) con un\u2019essenza (<em>quod<\/em>) che esiste (<em>est<\/em>). Per rispondere pi\u00f9 nel dettaglio, avanzo questo esempio matematico legato ai numeri ordinali. intuitivamente, se ho un insieme di oggetti ordinati, posso assegnare a ognuno un numero in base al posto che occupa nella serie: ad esempio, se tizio, caio e Sempronio hanno rispettivamente 15, 18 e 25 anni, l\u2019insieme {tizio, caio e Sempronio} si pu\u00f2 vedere come un insieme di 3 elementi ordinati i cui posti sono rispettivamente {0\u00b0, 1\u00b0, 2\u00b0}, e come tale \u00e8 di un tipo ordinale simile a quello dell\u2019insieme di tre materiali ordinati a preziosit\u00e0 crescente: {mirra, incenso, oro}. i due insiemi hanno lo stesso numero ordinale 3\u00b0. In questa rappresentazione si parte dallo 0 perch\u00e9 \u00e8 facile formulare una legge per la quale il numero ordinale finito n\u00b0 si rappresenta con il tratto inziale degli ordinali che vanno da 0 a n\u00b0-1, per cui 3\u00b0 si rappresenta con <\/p>\n\n\n\n<p>{0\u00b0, 1\u00b0, 2\u00b0}<\/p>\n\n\n\n<p>Il numero ordinale 3\u00b0 si potrebbe aggiungere alla serie e ottenere questo insieme di ordinali che ha come ordinale il 4\u00b0:<\/p>\n\n\n\n<p>{0\u00b0, 1\u00b0, 2\u00b0, 3\u00b0}<\/p>\n\n\n\n<p>&#8230; e via dicendo. ora, se pensiamo ai numeri ordinali come successive differenze specifiche (ad esempio: animale, razionale, monocefalo&#8230;) aggiunte al genere inziale 0\u00b0 (animale), abbiamo che, se l\u2019ente fosse solo \u201cfaccenda\u201d di determinazioni essenziali ottenute una dopo l\u2019altra, allora la sua essenza sarebbe finitamente conoscibile, perch\u00e9 a un certo punto n si arriver\u00e0 alla fine della serie (1\u00b0, 2\u00b0, 3\u00b0, &#8230;, n\u00b0). Ma dopo che si raggiunge l\u2019ultima differenza n\u00b0, le nuove esperienze di nuovi individui con quell\u2019essenza non potranno dirmi nulla di nuovo su questa essenza, e quindi non serviranno ad accrescere la mia conoscenza. Se \u201crazionale\u201d fosse l\u2019ultima differenza nella definizione dell\u2019essenza di \u201cuomo\u201d (che era appunto \u201canimale razionale\u201d), le esperienze di nuovi individui non mi diranno mai nulla di nuovo in merito all\u2019essenza, ma, al massimo, mi confermeranno quanto gi\u00e0 so. Se faccio cos\u00ec per cercare di capire meglio l\u2019essenza dell\u2019umanit\u00e0, potrei tranquillamente smettere di osservare la realt\u00e0, ovvero nuovi esseri umani. Questa prospettiva, che vanifica il realismo tomista, si pu\u00f2 per\u00f2 evitare se si ammette che le differenze specifiche sono infinite. ovvero:<br><\/p>\n\n\n\n<p>{0\u00b0, 1\u00b0, 2\u00b0, 3\u00b0, &#8230;}<\/p>\n\n\n\n<p>Ma per avere un insieme fatto di infinite differenze ordinate, occorre ammettere un numero ordinale w\u00b0 che ordina questa serie, ovvero che d\u00e0 forma a questa serie, ma che non \u00e8 come gli altri numeri ordinali perch\u00e9 \u00e8 irraggiungibile per addizione (la quale arriva sempre a un numero finito): \u00e8 quindi un ordinale limite. Questo w potrebbe quindi rappresentare l\u2019atto d\u2019essere, in quanto forma (ordinale) particolare che non si raggiunge mai per addizione. Allora, se {0\u00b0, 1\u00b0, 2\u00b0, 3\u00b0, &#8230;} rappresenta la dimensione essenziale di un ente, per rappresentare matematicamente l\u2019ente in senso tomista, il quale \u00e8 costituito anche dall\u2019atto d\u2019essere, questo andr\u00e0 aggiunto al termine delle serie:<\/p>\n\n\n\n<p>{0\u00b0, 1\u00b0, 2\u00b0, 3\u00b0, &#8230;, w\u00b0}<\/p>\n\n\n\n<p>Questo insieme di ordinali, che \u00e8 il numero ordinale w\u00b0+1 (si veda sopra: l\u2019insieme infatti \u201ctermina\u201d con l\u2019ordinale w\u00b0, che \u00e8 appunto w\u00b0+1 \u2013 1), \u00e8 cos\u00ec una buona rappresentazione della struttura dell\u2019ente finito, composto da infinite differenze specifiche (gli ordinali finiti) pi\u00f9 un atto d\u2019essere che termina (dunque in-forma) la serie, ma che non si raggiunger\u00e0 mai per addizione di forme specifiche. Questa struttura ontologico-matematica garantisce che la mia esperienza di nuovi animali razionali non sar\u00e0 mai vana, in quanto mi potrebbe far capire meglio l\u2019essenza dei medesimi. nel nostro esempio, l\u2019animale razionale extraterrestre bicefalo mi fa capire che una caratteristica importante dell\u2019uomo \u00e8 essere monocefalo. in altri termini noi, almeno in questa vita, siamo nella condizione di conoscere le essenze degli enti una dopo l\u2019altra (scienza acquisita per addizione), ma non arriveremo mai alla fine di questa serie perch\u00e9 l\u2019ente ha un qualcosa (w) che meglio si conosce pi\u00f9 si aggiungono differenze ma mai si raggiunge aggiungendo differenze. Che poi nell\u2019altra vita potremo o meno conoscere tutte le differenze tramite un diverso tipo di scienza (infusa o divina che sia), potrebbe pure darsi (cfr. de Simone, p. 287): ma nell\u2019altra vita, vedendo noi Dio \u201cfaccia a faccia\u201d (qualunque cosa voglia dire questa frase), non avremo pi\u00f9 bisogno (n\u00e9 voglia) di fare nuove esperienze empiriche di enti finiti. co me dicevo prima a Parenti: solo se si ammette l\u2019incompletezza strutturale (ovvero mai completabile, ma infinitamente accrescibile) di una definizione, si pu\u00f2 fondare il realismo, ovvero l\u2019interesse per la realt\u00e0 concreta che ci circonda, la cui ricchezza non sar\u00e0 mai esaurita da una definizione fissata per sempre.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Note<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>[1] M. Schoepfln, La logica (sempre attuale) dell\u2019Aquinate, in \u00abL\u2019osservatore Romano\u00bb,<br>del 21\/2\/2019, p. 2; G. PiLi, La Logica di Tommaso d\u2019Aquino, in \u00abScuola filosofica\u00bb,<br>https:\/\/www.scuolafilosofica.com\/7714\/la-logica-di-tommaso-daquino-claudio-testi;<br>A. Virgili, Imparare la logica alla scuola di Tommaso, in \u00abLa croce\u00bb, del<br>14\/3\/2019, p. 1; J. J. Sanguineti, Recensione a \u201cLa Logica di Tommaso d\u2019Aquino\u201d,<br>in \u00abActa Philosophica\u00bb, ii, 28, 2019, pp. 382-385; A. Valenti, Sulla logica del<br>Dottore Angelico, in \u00abStudi cattolici\u00bb n. 711, Maggio 2020, p. 395.<br>[2] G. M. De Simone, Recensione a La Logica di Tommaso d\u2019Aquino, in \u00abDivus<br>thomas\u00bb, Gennaio-Aprile 2020, pp. 270-287; S. Parenti, La logica di Tommaso<br>d\u2019Aquino: una nota critica, in \u00abDivus thomas\u00bb, Settembre-Dicembre 2021,<br>pp. 314-379.<br>[3] Parenti, La logica di Tommaso d\u2019Aquino: una nota critica, p. 327.<br>[4] cfr. Testi, La logica di Tommaso d\u2019Aquino, p. 114.<br>[5] Parenti, La logica di Tommaso d\u2019Aquino: una nota critica, p. 337.<br>[6] cfr. Testi, La Logica di Tommaso d\u2019Aquino, pp. 192 ss.<br>[7] Parenti, La logica di Tommaso d\u2019Aquino: una nota critica, p. 364, corsivi aggiunti.<br>[8] Parenti, La logica di Tommaso d\u2019Aquino: una nota critica, p. 375.<br>[9] De Simone, Recensione a La Logica di Tommaso d\u2019Aquino, p. 274, ove cita Tommaso D\u2019Aquino, Summa contra Gentiles, Lib 2 c. 75 n. 10.<br>[10] Testi, La Logica di Tommaso d\u2019Aquino, pp. 21-22.<br>[11] De Simone, Recensione a La Logica di Tommaso d\u2019Aquino, p. 272, enfasi aggiunte.<br>[12] De Simone, Recensione a La Logica di Tommaso d\u2019Aquino, p. 286.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Premessa Il mio libro La Logica di Tommaso d\u2019Aquino. 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