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La liturgia oggi

Prima parte

Premessa:
Personalmente ho sempre sentito la liturgia come parte fondante della mia fede. Fin da bambino ne sono stato affascinato, tanti erano infatti gli elementi che mi attraevano durante la liturgia: le vetrate colorate, il profumo dell’incenso, i colori dei fiori, l’eleganza dei paramenti liturgici e la bellezza della musica. Ovviamente tutto l’aspetto più spirituale, teologico e simbolico della liturgia dovevo ancora scoprirlo, ma ne avvertivo comunque un fascino per me indiscutibile. Ero un bambino molto vivace ma quando partecipavo alla celebrazione di una Messa mi trasformavo, era l’unico momento in cui stavo calmo. Questo fascino che la liturgia mi provocava ha rafforzato la mia sempre maggiore vicinanza al rito. È evidente, infatti, che la liturgia anzitutto colpisca la parte sensibile dell’essere umano, in chiave teologica direi che è un’ulteriore sottolineatura di un Dio che si fa prossimo all’uomo, gli va incontro, scende dal trono celeste e si incarna andando a parlare all’essere umano come farebbe un altro essere umano. La liturgia, possiamo dire, è una grande e straordinaria spiegazione dell’incarnazione. Non a caso il punto centrale della liturgia è l’Eucarestia, ossia Dio fatto uomo, un Dio che vuole incontrare ciascuno in modo personale.

La privatizzazione di Dio
Il termine liturgia già ci fa entrare in una dinamica collettiva, comunitaria della fede. La Bibbia dei Settanta, ossia la traduzione dell’Antico Testamento in lingua greca, parla di liturgia con il termine “laos” che significa appunto “popolo di Dio”. Mantenere oggi la liturgia ha un senso enorme perché oggi tendiamo a privatizzare ogni cosa, in particolare la fede, la spiritualità e tutto ciò che vi ruota attorno. Non possiamo banalizzare la fede come qualcosa di “personale”, come se la fede fosse una dimensione puramente privata con Dio, o meglio con le proprie emozioni, sentimenti, istinti e sensazioni. La liturgia ci aiuta a riscoprire Dio come Padre Nostro e non come Padre “mio”. Il Credo, che viene recitato a seguito dell’omelia, è personale, si dice appunto Credo e non Crediamo, tuttavia diciamo quel Credo in maniera comunitaria.
I primi cristiani mettevano tutto in comunione tra loro: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune” (At 4,32). Oggi sarebbe quasi impensabile, eccetto alcune comunità, mettere a disposizione di tutti la propria casa, la propria automobile, il proprio cellulare, laddove il termine “proprio” non esisterebbe più. Siamo passati dall’avere tutto in comune, al privatizzare persino Dio. Privatizzando Dio si va incontro a un grave errore, a una grave tentazione: creare Dio a nostra immagine e somiglianza. La tentazione è quella di pensare di conoscere e di sapere chi è Dio, senza bisogno di una comunità che ci aiuti, ci sostenga, con cui camminare insieme, con cui affrontare difficoltà e ostacoli ma anche con cui condividere gioie e passioni.
Una delle tentazioni che il diavolo pone a Gesù nel deserto riguarda la Sacra Scrittura, Satana stravolge la Scrittura, la manipola e fa intendere un concetto per un altro “Se sei il Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, poiché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede” (Mt 4,6). Gesù, come spesso sottolinea anche Papa Francesco, non si mette in dialogo con il diavolo, ma risponde a Satana sempre con le parole della Sacra Scrittura “Gesù gli rispose: sta scritto anche: non tentare il Signore tuo Dio” (Mt 4,7). Anche a noi viene mossa questa tentazione dal diavolo, proprio per quanto riguarda la privatizzazione di Dio, questo voler, consciamente o inconsciamente, creare Dio a nostra immagine e somiglianza. Cosa possiamo fare noi di fronte a questa pigrizia spirituale che ci spinge a vedere Dio come qualcosa di nostro e di somigliante a noi? Possiamo fare nostre le parole del Libro della Genesi “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gn 1,26). Detto in altri termini, siamo noi ad appartenere a Dio, non il contrario.

Gli sviluppi del Concilio Ecumenico Vaticano II
Il Concilio Ecumenico Vaticano II, sorto nel 1962 ad opera di Papa Giovanni XXIII, e conclusosi nel 1965 sotto il pontificato di Paolo VI, ha partorito vari documenti e tra questi abbiamo quattro Costituzioni Dogmatiche: Lumen Gentium, Dei Verbum, Gaudium et Spes, e Sacrosanctum Concilium. È proprio quest’ultima costituzione che si concentra sulla cosiddetta riforma liturgica. Il Concilio Vaticano II, in particolar modo attraverso questa costituzione, non tenta di svilire la nobiltà della liturgia, semmai l’intento è quello di preservare tale nobiltà, semplicemente aggiornando la liturgia ai giorni nostri. Personalmente ritengo che il Vaticano II sia stato un concilio dall’accento profetico su tanti fronti, liturgia compresa. È proprio all’interno della Sacrosanctum Concilium che si torna ad affermare la presenza di Cristo nella liturgia, che si riscopre la liturgia come opera della salvezza propria della Chiesa.
Un esponente sicuramente molto significativo per la Chiesa cattolica è certamente la figura del Papa, capo di Stato della Città del Vaticano, nonché massima guida spirituale per il mondo cattolico. Tra i vari pontefici ne vorrei ricordare uno in particolare, il quale ha dato molta importanza alla liturgia a seguito del Concilio Vaticano II. Sto parlando di Papa Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, fine teologo tedesco, succeduto al soglio petrino a seguito della morte del grande Giovanni Paolo II. Le malelingue sono sempre diffuse, e tra le tante chiacchiere fatte su Benedetto XVI, nel corso degli anni, c’è stata anche quella per cui Ratzinger si sarebbe sempre schierato in opposizione al Vaticano II. Una voce, questa, facilmente riducibile al silenzio. Prendo spunto dalla testata giornalistica La Stampa, in un articolo del 24 marzo 2012, che riporta il seguente titolo: “Benedetto XVI: “Il Vaticano II è un autentico segno di Dio”. L’articolo, pocanzi citato, riprendeva un videomessaggio inviato all’incontro nazionale organizzato a Lourdes dai vescovi francesi per celebrare i 50 anni dell’apertura del Concilio Vaticano II. È chiaro, dunque, che oggi un liturgista non può disconoscere un Concilio così profetico com’è stato il Vaticano II. Benedetto XVI, da buon amante della liturgia, riprende il Concilio e ne esalta la nobiltà, anche sul piano liturgico. Benedetto XVI ha poi fatto notare che la prima Costituzione Dogmatica del Vaticano II fu proprio la Sacrosanctum Concilium, questo rappresenterebbe un segno, ossia la riflessione del giusto orientamento della vita e della missione della Chiesa, sintetizzando questo concetto Benedetto afferma “L’aver cominciato dalla liturgia ci dice: “Dio prima di tutto”. Nel Vaticano II possiamo dunque vedere un atto coraggioso di trainare la Chiesa nel mondo odierno rinnovando anche la liturgia.